Giuseppe Patota
"Insegnare l'italiano a stranieri"

Approfondimento Grammaticale

 
Venerdì 17 marzo, presso la sede del nostro Comitato, noi insegnanti abbiamo incontrato il Professore Giuseppe Patota (http://www.unisi.it/ricerca/dip/let_mod/patota.html) - Professore Ordinario di Storia della lingua italiana presso l’Università degli studi di Siena sede di Arezzo e Responsabile Scientifico della certificazione PLIDA (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri) - per un confronto sulle caratteristiche principali dell’italiano moderno, quello effettivamente parlato nelle vita di tutti i giorni.

Come per tutte le lingue, anche per l’italiano si assiste a un continuo cambiamento e a una tendenza alla semplificazione che qualche volta può essere accettata, altre no.Secondo il Professor Patota, questi movimenti sono particolarmente accentuati nella nostra lingua e alcuni riscontrabili nelle opere di Dante, Bembo e Ariosto.In un mio precedente articolo avevo fatto riferimento ad alcuni tratti tipici dell’italiano neo-standard, oggi vorrei porre la vostra attenzione su due ulteriori  punti che abbiamo trattato durante questo incontro.Il primo riguarda l’uso del passato remoto.

Per questo tempo verbale esiste uno stereotipo linguistico secondo cui si assisterebbe a un maggior uso del passato prossimo a danno del passato remoto. In realtà l’uso del passato remoto è fortemente marcato in diatopia, nel senso che in alcune regioni italiane del nord non viene usato, mentre è presente in Toscana e al sud. Dunque, sicuramente, non possiamo non insegnare ai nostri studenti il passato remoto.

Ma è qui che cominciano i problemi. Come far capire la differenza d’uso tra passato prossimo e passato remoto? Non è certo la distanza temporale dell’avvenimento – come si legge in vecchie grammatiche – a dare una risposta a quest’annoso quesito. È piuttosto la distanza psicologica tra il parlante e l’avvenimento a condizionare la  scelta: il passato remoto non ha rilevanza attiva sul presente, almeno per il parlante.

Risulta evidente da questa considerazione la forte soggettività dell’uso.Un altro punto interessante riguarda i pronomi soggetto e in particolare l’uso di te al posto di tu. Probabilmente tra 30 anni questa consuetudine potrebbe diventare norma, come è successo a lui/lei/loro al posto di egli/ella/essi. Su una cosa, però, siamo tutti d’accordo: il pronome indiretto gli, usato per il singolare maschile e il plurale, non dovrebbe essere usato per il singolare femminile. Il condizionale è d’obbligo, visto che anche quest’uso, a nostro avviso errato, sta prendendo sempre più piede nella lingua usata dagli italiani.

  Vincenzo MORANO